Strategia:
1. selezionare i negozi da visitare (inutile entrare qua e là a casaccio sperando in un colpo di fortuna)
2. guardare con calma tutti i vestiti (reprimere l'istinto di fuggire dal negozio dopo pochi minuti)
3. individuare modelli adatti (non scartare quelli troppo eleganti, con inutili fronzoli, da sciantosa, non è il mio genere, oddio questo non lo metterò mai...)
4. scegliere i colori (rosa, beige... blu? nero no ma chissà perchè sono quelli che guardo per primi)
5. provare tutti i modelli che potrebbero andare bene (anche se a prima vista non sembrano adatti e comunque, in genere, niente mi spare andare bene).
Nell'ordine Max&Co, Penny Black e Max Mara (che poi non differiscono granchè visto che sono tutti di Max Mara alias Achille Maramotti fondatore dell'azienda nonchè collezionista. La sua raccolta d'arte contemporanea a Reggio Emilia è aperta la pubblico e si può visitare su prenotazione), grande vantaggio i negozi sono tutti tra corso Vittorio Emanuele e Via Orefici.
Passo meticolosamente tutti i vestiti, spostando le grucce una a una (lo so che sembra la norma ma io in genere saltabecco di qua e di là).
Pazientemente metto da parte i modelli e indugio sui colori, beige con variante dal tortora al bronzo, rosa, dal cipria al rosa antico, blu no, verdini no, bianco ma vabbè proviamo questo... L'unica fantasia che passa la selezione è quella riportata nella fotografia di questo post, tristina eh?
Sfuggo alla tentazione di mollare tutto e andarmene "Davvero siete aperti questa domenica... ah, tutte le domeniche... quasi quasi ripasso con le me figlie" ed entro in camerino.
Prima considerazione, sono tutti tessuti strani, alcuni elasticizzati ma invece di uno sperato effetto pancera, contenitivo di trippe strabordanti, seguono fedelmente l'andamento sinuoso di dette trippe. Altri morbidi e vaporosi provocano un inquietante effetto budino che, sformato sul piatto, si accascia senza ritegno alla faccia delle tue aspettative.
Un improvviso flash, all'inizio degli anni '70 al mercato in via Papiniano amavo ravanare nelle bancarelle degli stocchisti e riconoscevo al tocco il capo di qualità, morbida seta, lino grezzo, cotone dalla trama fitta, lana vergine 100%... estraevo e, con o senza etichetta, trovavo qualcosa tagliato bene. Poi se la taglia, il modello o il colore non andavano bene era un aspetto secondario, la pesca era stata comunque soddisfacente.
Ecco dopo qualche anno strafugnare alla cieca ha cominciato a non dare più i risultati sperati, fibre sintetiche, cuciture pressapoco, modelli importabili e poco importava l'etichetta.
E' questo che mi provoca frustrazione, provo questi vestiti, anche costosi, e non trovo quella qualità che fa cadere un abito a pennello e un tessuto che al tatto da' una piacevole sensazione.
Seconda considerazione, un taglio semplice e curato no? Cosa sono 'sti fiocchi, fronzoli, spille fiorate, strass, scollature esagerate, spacchi fuori luogo...
Uno, due, tre nessun punto vendita (e relativo contenuto) supera la prova, ahimè!
